mercoledì, 14 maggio 2008


vivai


Un vivaio al sabato mattina è il regno della coppia.
Forse perché le piante non sono un genere di acquisto che possa essere classificato come “roba da uomini” o “da donne”,  tipo il trapano o le tendine. O forse perché al sabato si va in giro in coppia e punto.
Però io ci vado da sola. E non è detto che compri. Vado al vivaio perché per me è un po’ come Tiffany per Holly Golightly.
Mi rasserena.
Vicino a casa mia ce n’è uno celebre e bicentenario, esteso e un po’ disordinato, che rappresenta quanto di meglio.

Mi piace camminare sulla ghiaia che crepita al passaggio nel silenzio delle serre.
Ri
conosco le piante più comuni e scopro le varietà più esotiche, osservo le specie rare e curiose, e talvolta , con discrezione,  anche le diverse specie di coppie.
Non un’indagine antropo-sociologica delle dinamiche della relazione, per quella sono meglio i grandi magazzini (potrei raccontare di quella coppia che un giorno vidi litigare furiosamente per un elettrodomestico senza mai alzare la voce e senza smettere di appellarsi “amore” ad ogni replica.), mentre il  vivaio è un luogo dove la gente è più trattenuta. Mi soffermo piuttosto a considerare l’assortimento.
Ne esco quasi sempre con la conferma che le regole dell’attrazione e dell’assemblaggio amoroso seguano alchimie misteriche  cui mi domando se sia mai stata iniziata.

Avrà pensato quel tale carino, anche una volta sola, che quella donna cui pare abbiano vampirizzato ogni vitalità sia la sua anima gemella, colei accanto alla quale gli piacerebbe invecchiare?
E quella ragazza dallo sguardo mobilissimo, sentirà le farfalle nella pancia quando bacia quell'ometto dai toni saccenti?
Come è accaduto che si siano innamorati, quei due dall'aria così scialba?

Le coppie che scelgono le piante in un vivaio di primavera ti fanno domandare se davvero ci sia " sempre qualcuno per qualcuno", come in quella vecchia canzone.

Specie se sono coppie come quella che imbocca l'entrata mentre sto uscendo. Un lui e una lei così diversi ( dagli altri ) e uguali (tra loro) che pensi : si sono trovati.
Che si tengono per mano e pare possano fregarsene che tutto il mondo non gli somigli e magari rida loro alle spalle perché intanto loro si sono trovati e gli altri chissà se ce la faranno mai.

Poi il sabato prosegue e  mi dà modo di  osservare altre specie.
Trovandomi la sera precedente a cena con una coppia di cari amici ( coppia nel senso che formano una coppia e amici nel senso di amicI ), ho ricevuto a sorpresa l'invito da un terzo per la sua festa di compleanno.
In un localaccio, aveva aggiunto.
Gay, aveva specificato.
 
E sia.
A dimostrazione che posso passare con disinvoltura (?)  dalla modalità  "pensionata inglese" a quella  "donna metropolitana postmoderna".
Vada per la serata al localaccio dei bassifondi, semel in anno.
Se qualcuno è stuzzicato dalla voglia di sapere che cosa succeda in un torbido luogo di perdizione la risposta è: niente.
Niente degno di nota.
Tranne che i cocktail sono peggio di quanto mediamente già non siano a Milano e gli avventori ancor meno socievoli.
A meno che non si  trovi rimarchevole che sulla pista vuota  ballino tre ragazzini interscambiabili vestiti solo con hot pant di jeans elasticizzati e la faccia impassibie da impiegati della trasgressione, sotto lo sguardo per niente allegro di uomini di tutte le età (ecco: il locale omo è intergenerazionale).
Certo mi guardo bene dal verificare cosa succeda nei bagni, anche perché dubito sia presente quello per le dame.
 
Entrando dico alla Socia : -Ti immagini se incontriamo qualche insospettabile che conosciamo ? Se proprio dev’essere che sia il tuo capo, almeno domattina troveresti quella promozione che aspetti da un anno.
 
Poi però qualcuno che conosciamo e non ci sarebbe dovuto essere c’è davvero.
Il marito di una conoscente.
Doppiamente padre da qualche mese.
Lì da solo.
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Il che mi porta a chiudere la serata col solito interrogativo angosciante su quanto si possa stare accanto a qualcuno senza saperne niente. E con la constatazione che,  con riferimento a chi mi sedeva  accanto,  le unioni più felici e stabili che conosco sono gay.
 
Non mi resta che il giardinaggio.
 
 
 
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lunedì, 05 maggio 2008

ultima (s)cena
quando gli adulti fanno "oh"


 
post in progress.
Sto cercando le parole per poterne parlare, ma intanto volevo fremarlo qui, in modo da non rinunciare a provarci.

(grazie alla Socia per avermici portata. Prometto di non dire più che gli eventi legati al Salone sono sempre delle mezze sòle)
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domenica, 04 maggio 2008

ponti

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Clic.
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Posare la cornetta e sedersi sul bracciolo del divano, a guardare la parete di fronte.
Sapere di aver dato una delusione.
“Senti: io non vengo”, a chi mi aspettava al mare.
Avevo detto che sarei andata, la valigia già pronta.*
Ma invece no.
Darne un’altra, il giorno dopo, agli amici che invitano ad un pic nic di sicuro piacevole.
Avevo detto forse.
E poi  no.
Distendere la schiena all’indietro per farla aderire al divano, la mano ancora posata sul telefono, nell’altra un bicchiere d’acqua del rubinetto.
Chiudere gli occhi. Prendere un respiro e restare così. Immobile. Per un po’.
 
Non so spiegare questa voglia di quiete, di stasi, di vuoto.
Di solitudine e silenzi.
Né l’insofferenza che talvolta mi prende all’idea di fare qualcosa controvoglia,  di avere il tempo occupato, di essere forzata ad un passo che  non è il mio.
L’amica a volte ride del desiderio d’eremitaggio che ogni tanto le confido. Del bisogno di chiudere il mondo fuori per un poco.
Non il mondo molesto, il mondo tutto. Anche la parte che mi è molto cara.
Staccare i contatti verso l’esterno e restringermi nei miei confini.
Io, che del creare legami ho fatto una ragione di vita.
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Agli altri non chiedo di capirmi, solo di aspettarmi.
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Mentre porto a spasso da sola le mie inquietudini o mi faccio portare da loro, senza avvertirne il peso e senza doverne rendere conto. Mentre provo a saggiare la saldezza del mio equilibrio ritrovato, camminando senza troppo vacillare sul filo teso nel vuoto tra gli argini degli impegni e degli affetti che fanno da sponda a questo mio scorrere nel mondo.
 
Il ponte comunque è finito.
E' andato tutto benissimo.
Tra un momento arrivo.
 
 

 

(*falso, perché preparo sempre la valigia mezz'ora prima della partenza, ma idealmente era come se)

[illustrazione di Basia]

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mercoledì, 23 aprile 2008

Finalmente
 
È finita, dico.
La settimana del Salone, del FuoriSalone, del Salone dentro, del Salone satellite, del Salone di qua, di là, del di-a-da-in-con-su-per-tra-fra Salone.
Anche per questa volta è andata.
 
Io non è che voglia fare colei che snobba, quella criticona di sinistra cui il mio sindaco domenica ha rivolto financo un appello dalla tv per dirle di sorridere di più e vedere il lato bello della vita e della città, no no no per carità, non sarò quella che dice : io lo detesto il Salone, che schifo il Salone.
Anche perché non sarebbe vero.
 
A me semplicemente non riesce ad importare qualcosa. Non già della fiera, che presumo avrà un suo perché soprattutto per gli addetti ai lavori (anche se un poco fatico a capire il motivo per cui, non essendolo, dovrei pagare la bellezza di 20 euro per vedere le aziende che pubblicizzano i loro prodotti), ma di tutto quel girone di Eventi (parola vagamente urticante) che attorno ad essa ruota, movimentando e nel contempo paralizzando la città.
E soprattutto a me riesce difficile capire perché i più, anche gli insospettabili, debbano strabuzzare gli occhi e proprio non poter credere che io mostri un tale disinteresse alla cosa. Come se fosse impensabile.
 
A me non è che non interessi il design. Ho gioito come una bambina alla recente mostra di Munari , per dire. E l’arredamento mi appassiona.
Ma che ci posso fare se non riesco trovare attraente l’idea di una transumanza frenetica da uno spazio all’altro della città per vedere dove un vaso dove una lampada, in mezzo a frotte di fighetti della peggior specie (ovvero quelli che non sanno di esserlo) e tizi vestiti da creativi che si strappano le tartine dalle mani come le sciure i golfetti di cashmere made in china dai cestoni del mercato?
Che ci posso fare se non posso evitare di pensare che se Milano davvero volesse sentirsi la capitale del design farebbe bene a gongolare meno per una settimana di vernissage e ad evitare piuttosto di mettere in piazza Duomo panchine da area pic-nic delle piazzole di sosta  autostradali? (ok, ora sto facendo la criticona, mi scusi signora sindaco Moratti, m’impegnerò di più, lo prometto )
 
Tuttavia.
Acciocché non si dica che parli senza conoscere.
Settimana scorsa l’amico Dadau  mi ha convinta a fare un salto almeno alla Fabbrica del Vapore, visto che si trova ad un passo da casa mia, per curiosare in uno di questi benedetti eventi collaterali.
Mentre ci incamminavamo  mi ha fatto ridere citandomi non ricordo chi [chi era, Dada?], per il quale il design ha molto successo tra il pubblico perché si tratta di un godimento estetico totalmente disimpegnato in cui tutto alla fine si risolve nel dire : -Ah, è un portacenere!.
E ho riso ancora di più quando un paio di minuti dopo, all'interno dell'ambiente industriale riadattato a spazio espositivo ho sentito una coppia di fianco a me esclamare di fronte ad un oggetto :-Ah, è un portafrutta!
(Frutto. Al limite ci stava, in bilico, un solo frutto) .
Poi abbiamo arraffato al volo un bignè e un bicchiere minuscolo con un budino-ino cioccolato/lampone ( il nostro vero scopo, come quello di tutti), abbiamo lanciato occhiate distratte ad un paio di pezzi, ignorato i voluminosi pieghevoli di illustrazione di ciò che stavamo vedendo, girovagato svogliati (io) per un paio di stanze semivuote con delle installazioni che ne potevo fare a meno, e siamo finiti davanti ad una parete con un sacco di microadesivi a fare un giochino che se te lo propinano gli animatori di un villaggio-vacanze dici: che scemi.
E siccome noi (io) siamo scemi, ci siamo pure divertiti e dedicati con tutte le nostre energie (scarse) a partecipare alla fase finale di questo workshop (ahahah), andando alla ricerca dell'iconcina perfetta per illustrare i concetti indicati nel  foglio-raccoglitore che ci eravamo procurati in partenza ( Dada comunque barava, si sappia). Una volta completata la schedina ero convinta la si dovesse riconsegnare per chissà quale indagine sociologica sul frequentatore di eventi del FuoriSalone, ma invece no, era finita lì. Ti riempivi il tuo foglietto di stickers in una regressione all’età in cui collezionavi le figurine ed eri contento. Forse.
Io comunque con ciò per quest’anno-e mi sa anche il prossimo- ho dato.

 .
 
 
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domenica, 13 aprile 2008

due spose

Ieri matrimonio del cugino piccolo; era da un po’ che non ne capitava uno, in famiglia.
 
Scontato: la sposa era bellissima.

Bella lo è sul serio, però.
I capelli nerissimi raccolti e lucidi, la pelle ambrata della schiena nuda, gli zigomi alti e lo sguardo liquido.
La parlata addolcita dall’accento della patria del tango.
Il celebrante dice le solite cose, le rivolge parole che vorrebbero essere un omaggio alla donna, al suo ruolo, alla femminilità: portatrice d’amore, esempio di forza, eccetera.
Cita non so più quale papa o santo: “l’ uomo è il capo famiglia, ma la donna ne è il cuore”.
Ho un lieve brivido, ma sarà il freddo, che c’è maltempo e sono vestita leggera.

La sposa è emozionata come la circostanza prevede.
Un simbolo immacolato con un vestito altrettanto, che però a fine giornata sarà macchiato di rosso, perché qualcuno vi avrà rovesciato un calice di vino.
 
Si fanno presto a sciupare, i simboli.
 
Torno a casa e pochi minuti dopo un amico mi informa della sorte di un’altra “sposa”,  quella Pippa Bacca che voleva andare in Israele in autostop in abito nuziale, un segno riconoscibile di pace e di amore.
Una performance artistica forse un po’ bizzarra.
Portatrice d’amore esempio di forza eccetera.
 
Non è stata una guerra, ad ucciderla, ma un uomo solo.
Poteva capitare qui come là, una sera qualunque.
E’ stata incosciente?
Sì, ma non poi tanto di più di quanto dicono a me perché cammino di notte da sola.
Certe idee sono rischiose per tutti, ma per una donna sempre molto di più.
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Un invitato faceva esibire per il parentado uno dei suoi due gemelli di poco più di due anni, quello dalla faccia furba, nel classico gioco delle risposte ammaestrate:
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-         Dillo un po’, dillo un po’, fai sentire agli zii: chi è che comanda?
-         i uommini
-         E le donne?
-         Mute
 
Tutti intorno abbiamo riso.
Ah ah.
 
Ma poi.
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aggiornamento : ed è di questa mattina (14-4) la notizia di quest'altra sposa qui
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venerdì, 11 aprile 2008

alibi

Presente quando in quei telefilm su streghette e magie, la protagonista per risolvere un problema ferma il tempo e mentre tutti se ne stanno in freeze lei usa quella sospensione temporale per fare diecimila cose che richiederebbero ore e poi, quando tutto è a posto, con uno schioccar di dita o altro fa ripartire tutto come prima e nessuno si accorge di nulla perché nel mondo reale non è passata più che una frazione di secondo?
Bene.
A me ultimamente accade l’opposto.
Che mi metto lì piena di buone intenzioni di fare questo o quello e mi pare di avere tutto il tempo, poi un attimo dopo guardo l’orologio e mi accorgo che sono passate ore. Se non giorni.
Senza essere riuscita a combinare un cavolo, chiaro.

Sto dal lato sbagliato dell’incantesimo.
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martedì, 08 aprile 2008

 sfuocamenti

 
Di scarpe porto il 37 e mezzo.
Che è come dire che mi vanno sempre o troppo larghe o troppo strette.
La taglia degli abiti invece non è così precisa, non puoi comprarmi un vestito pensando che mi andrà di certo bene.
Sono piccola, ma non minuta. Ho sporgenze irregolari e muscoli torniti. Il viso scavato, ma il corpo morbido.

La commessa della profumeria non trova il rossetto adatto, per via dei miei “colori particolari”; si chiede se i capelli siano biondi o castani o rossicci.
Erano lisci, e c’è chi ora si riferisce a me come a “quella ragazza riccia”.
Di vista ho diecidecimi, ma gli occhi sono un campo di battaglia di cicatrici invisibili. Con  un colore che dicono azzurro, dicono talvolta verde, e probabilmente è grigio.
 
Sto a metà, ma non vuol dire al centro.

Del mondo conosco  poco, nemmeno di preciso quella legge di gravità che ci tiene zavorrati qui. O come sia che quell'aggeggio pesantissimo voli e io no.
Della vita capisco ancora meno, giusto quel che mi basta per navigare a vista, e mica sempre, che mi incaglio spesso anche se non volentieri.
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Pensavo ci fosse una vita ad aspettarmi, invece ce n'era un'altra, che mi pare più estranea e perciò mi spaventa un po'.
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Di me mi han detto tutto e il contrario di tutto, quindi il parere altrui ha smesso di essere così rilevante.
Le tessere del mio puzzle le sparpaglio in giro, qualcuna si può smarrire alla vista, ma ciò non ti autorizza a pensare che non si incastrino precisamente. 
Le contraddizioni a volte sono tali solo se le guardi da una visuale ristretta. Se hai problemi con la complessità, in fondo non mi riguarda.
Come il fatto che mangi i piselli crudi e cuocia l'insalata non significa che io sia strana.
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Io lo so, chi sono, ultimamente mi sono solo smarginata un po'.
Ora mi tocca ridefinirmi, tutto qui.
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Per cominciare, ad esempio, so  che sono quattr'anni oggi che scrivo qua, e però mica mi sento una blogger.
 

       

 "fossimo ciò che siamo saremmo felici"

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martedì, 01 aprile 2008

brutti scherzi
ovvero :pesci non solo d'aprile

"nel mondo dei pesci stai bene e non esci
tu pensi a nuotare nell'acqua del mare
là fuori c'è gente
non te ne frega niente"
[*]

"In Italia, si ha da tempo l’impressione di un intero paese, di un’intera cultura anestetizzati. Dalle anestesie, si sa, ci si può risvegliare molto male [...] Ma capita anche che non ci si risvegli affatto [...] Il “ritorno alla vita” è sempre traumatico, anche quando è quello di Lazzaro: se ci sarà, non sarà semplice e a scontarlo maggiormente saranno proprio gli ignavi che si sono lasciati addormentare (fuor di metafora: che si sono lasciati ammazzare la coscienza, cioè la capacità di ragionare sulla propria condizione, nel quadro dello stato del mondo ).
Ad anestetizzarci sono stati – e lo hanno fatto, bisogna dirlo, con molta abilità – giornalisti politici preti insegnanti intrattenitori (ce ne sono che vengono detti animatori, quando il loro lavoro è di disanimare, distraendo da ciò che conta), e nel caso dei giovani lo hanno semplicemente fatto gli adulti, e i mercanti e pubblicitari che stanno alle loro spalle. I mercanti, soprattutto. Mercanti di tutto, perfino del trascendente e del sacro. Le colpe variano, ma sono colpe e vanno chiamate con il loro nome. Si presume di solito che gli alienati abbiano meno colpe degli alienanti, ma anche questo si può ormai metterlo in discussione: non vediamo all’intorno innocenti, nel presente stato delle cose tutti hanno – tutti abbiamo – le nostre responsabilità.
Ci sono molti tipi di anestetizzati. [...]
.
Ma se si dovesse precisare quale categoria di anestetizzati ci sembra la più tipica di questi anni, ebbene, è quella trasversale che va oltre le distinzioni di età e di ceto e perfino di cultura, quella che riguarda noi stessi e i nostri immediati vicini, le aree politiche ed etiche cui pensiamo di appartenere. È qui che le cattive abitudini cresciute dal fallimento dei movimenti e delle speranze di rinnovamento, alla fine degli anni settanta e dentro gli ottanta, si sono radicate e ramificate e hanno compiuto il disastro. Erano gli anni in cui il terrorismo e il socialismo craxiano hanno creato una diffusa falsa coscienza (ma in moltissimi si trattava di mera ipocrisia e di mero cinismo) che ha allontanato chi credeva nell’intervento pulito nelle situazioni, e nella possibilità di una politica (di un movimento) che desse alla pluralità dei modi dell’intervento un senso collettivo. Né bastava ovviamente a produrre nuova morale la pelosa demagogia di questo e di quello, dai Fo ai Di Pietro ai Grillo non c’è altra abbondanza! [...]
Si è reagito – credo i migliori – con il fenomeno breve del volontariato[...]. Questo fallimento è stato il fallimento di un’ultima reazione possibile venuta dalla base, dalla sensibilità ai bisogni più veri e da un rapporto diretto con la realtà, perché, se i “comunisti” si erano fascistizzati (il terrorismo) o adeguati (il Pci, con tutti i suoi successivi, irrefrenabili, ridicoli cambiamenti di nomi e di stemmi e riverniciatura di facce, oggi centrale quella del più americano dei salvatori della patria che si contrappone al più clownesco emblema degli arricchiti, primaria piaga della nazione) i cattolici non se la passavano meglio, con l’invadenza e l’arroganza degli ultimi papa-divi e dei loro ruini, e i primi maestri d’ipocrisia erano pur sempre i cosiddetti laici, capitanati da facce di tolla alla Agnelli (la struttura cioè la rapina) e alla Scalfari (la sovrastruttura cioè l’imbiancamento dei sepolcri, il paravento per la rapina). Col tempo, si è cementificato in tantissimi, e diciamo pure nei migliori o quantomeno in coloro che amano credersi e presentarsi come i migliori, un modo di essere che sarebbe parso, pochi anni prima, inaccettabile e che invece veniva rivendicato come il giusto modo, la scelta più seria: far bene le proprie cose, una presunta onestà nei comportamenti professionali e privata, il tifo per le rivoluzioni altrui (vere o finte, preferibilmente latinoamericane), e magari l’adesione in qualche eclettica maniera alle iniziative di pace e di carità, alle buone azioni (preferibilmente africane), e finalmente la delega ai politici (ai partiti, magari a quelli più sbraitanti) delle scelte collettive. Convinti che il singolo nulla più può, ma che può sentirsi in pace con la sua coscienza per il “ben fare” di incidenza collettiva zero, e che a volte è servito solo a oliare la macchina, a dare fiacco vigore a meccanismi sgangheratissimi. Ci si accontenta davvero di poco, e sembra una gran fatica anche la ricerca di analisi e idee più serie, quando è così facile avere a portata di mano un mucchio di idee tranquillizzanti, che ci fanno sentire migliori a buonissimo mercato.
È questa l’anestesia peggiore e la più grave, quella di chi ancora pensa di stare nel giusto; [...]. Nessuno sembra più avvertire la necessità, oggi davvero assoluta, di legare i fatti alle idee, le azioni al pensiero, e di non accontentarsi di quella parodia di salvezza che è l’eterno farsi i fatti propri magari gridando convinzioni radicali... L’anestesia peggiore è quella nostra e dei nostri amici, con la sua accettazione di un quieto vivere sonnambulico e la soggiacente, incancrenita paura di ogni rischio, di ogni possibilità di affidarsi alla propria diretta e personale responsabilità. Mentre la rovina cresce, e i tempi stringono."
[G.Fofi, sul numero de LoStraniero uscito oggi.
La versione on line integrale di questo pezzo la trovate qui ]

per ora comincio così, affidandomi a parole altrui, a parlare di ciò che in questi giorni mi sta a cuore, ovvero la questione votare sì, votare no.  A rispondere agli amici che mi tirano chi di qua e chi di là. Ad approfondire ciò che ho cominciato a dire nei commenti del post "imbarazzante" di  Rillo. Che poi non ho molto più da dire di quanto non avessi sinteticamente già detto.

[*la canzone è di Ascanio Celestini, Nel mondo dei bruchi ]

Su alle 19:14 in: parole altrui, il mondo fuori
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venerdì, 28 marzo 2008

talenti

Quando sento qualcuno citare la parabola dei talenti, avverto sempre una punta che mi si infila da qualche parte, che fa leva e scardina, e non è una bella sensazione.
 
Penso anche a quell’insegnante che un giorno mi parlò dell’importanza di saperli riconoscere, i propri talenti. Di saper capire se sono piccoli o grandi, che i grandi sono rari, ma c’è chi su un talento piccolo ha costruito una signora carriera,  il tutto sta ad imparare ad accettarli per quello che sono e a saperli usare bene.
 
Io una volta facevo l’università e alla fine di un seminario scrissi una tesina. La professoressa mi convocò a colloquio e mi ringraziò, perché, disse, con la mia relazione l’avevo addirittura gratificata, avendole fatto capire che ciò che aveva cercato di trasmettere almeno ad una studentessa tra tanti era arrivato e, saputo che con gli esami procedevo un po’ a rilento (eufemismo), mi spronò in ogni modo a non mollare, anche offrendomi una tesi laddove gli studenti mendicavano per averla.
Peccato che da lì a poco lasciai l’università e non vi feci ritorno.
Fine della mia carriera accademica.
 
Io una volta scrissi un monologo teatrale per un saggio di recitazione. Un mese a spaccarmici la testa invano per poi stenderlo in una mezz’ora senza cancellare mai. Quello del bambino che pensava troppo in fretta perciò da fuori sembrava un idiota. Tra il pubblico c’era un drammaturgo, invitato dai miei insegnanti che erano stati suoi allievi in accademia, che alla fine venne sua sponte da me (mai stata capace di chiedere pareri o attenzione) a complimentarsi per come avevo costruito il pezzo, in bilico tra comico e drammatico senza mai cadere da una parte o dall’altra; mi disse anche altre cose molto lusinghiere che mi vergogno a ripetere e mi incoraggiò vivamente a continuare su quella strada.
Inutile dire che dopo allora non scrissi mai praticamente nient’altro.
Fine della mia carriera come drammaturga.
 
Io una volta feci un colloquio per una rivistucola. Cercavano qualcuno che curasse la parte sui film che passavano in tv. La prima prova consisteva nello scrivere brevi commenti sulle pellicole in base a titoli dati a sorte. Chi la superava passava al colloquio vero e proprio.
Già ventenne ma apparentemente appena uscita dalle medie, tra gli altri candidati, tutti uomini, tutti che più o meno bazzicavano il ramo e sciorinavano spocchiosi curricula e pubblicazioni e  s'atteggiavano a giovani Ghezzi, sembravo Alice nel paese delle meraviglie e venivo guardata (giustamente) dall’alto in basso.
Sentendo attraverso le pareti come l’esaminatore umiliasse i candidati precedenti, desiderai fuggire;  invece, dopo aver dissentito su alcune righe che avevo scritto e mugugnato su altre, mi disse che non spettava a lui scegliere chi assumere, ma solo dare un parere e segnalare se c’era o meno la stoffa, e nel mio caso c'era.
Infatti poi presero un altro.
Fine della mia carriera nella carta stampata.
 
Potrei continuare con altri esempi in campi disparati per dimostrare che se anche io possedessi, come tutti, qualche mediocre talento, forse mi manca proprio quello principale, ovvero quello di saperli mettere a frutto, di saper vivere in modo meno inconcludente.
Ma parliamo invece dell’amore e dintorni (più dintorni, in effetti).
Che ci vuole talento anche per quello.
 
Che non so come né perché, negli ultimi anni intersecano la mia tranquilla rotta sempre degli uomini corteggiatissimi, con le donne che gli cascano in mano, ma che  invece, senza che io faccia nulla (o forse proprio per quello, chissà) sembrano inspiegabilmente volere proprio me, me che non sono né bella, né bona, neanche tanto simpatica né malleabile e ormai neppure più giovane, che sono, sinceramente, davvero niente di che.
Vogliono me e io sto lì e ascolto scettica le cose esagerate che mi dicono su me stessa, ma loro insistono e un pochino mi piacerebbe essere davvero così.
E infatti da lì a poco si accorgono di aver preso un abbaglio e probabailmente pensano di poter avere di meglio.
 
 
Mi sento una promessa non mantenuta.
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[pregasi evitare commenti consolatori. Mi sono costruita con cura questo momento  autocommiseratorio e non permetterò a nessuno di rovinarmelo ;-P ]
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martedì, 25 marzo 2008

pillow talk # 2
[anche questa ormai  non è recentissima, ma me l'hanno appena ricordata]


Su :  ho appena sentito l'amichettattore, era fuori di sé dall'incredulità e dalla gioia.
Giovane Regista: direi, si prende il premio più importante che ci sia!
Su : sono davvero tanto contenta che l'abbia avuto lui.
GR: anch'io. Contento per lui e per me. Prima io, la volta dopo M., ora lui...E' una bella soddisfazione che con ogni lavoro si porti a casa qualcosa, significa che c'è attenzione per quello che stiamo facendo.
Su: però lascia che si sparga la voce e avrai ancora più persone che ti staranno attorno facendo gli amiconi e i lecchini
GR : peggio di com'è già ora ?
Su :  Beh, meno male che hai me che ti tratto male come prima, così non ti monti la testa.
GR : ...
Su: ...
Gr : ... Che culo!

.
e pensare che c'è gente che non si rende conto di certe fortune...





Su alle 18:00 in: pillow talk
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